 |
RIASSUNTO: La Toscana presenta ancora numerosi litorali
sabbiosi allo stato
naturale. L'autore ne fornisce un veloce elenco e poi si sofferma su quelli
più interessanti. In conclusione menziona le principali normative di
tutela e descrive le iniziative di protezione del WWF.
SUMMARY: The Tuscany still presents various
sand coast in natural conditions.
The author make an inventory of them and relates on the most interesting.
Finally he writes on main defence laws and the WWF protection enterprise.
Le coste della Toscana presentano ancora vasti tratti di litorale
sabbioso allo stato naturale, se si eccettuano i litorali a nord di
Viareggio, sino al confine con la Liguria, per lo più interessati
da ingombranti stabilimenti balneari: si tratta della ben nota
"Versilia" e della "Riviera Apuana", che ne è
una cattiva imitazione. Le uniche eccezioni in questo urbanizzato
litorale sono rappresentate dalla spiaggia libera di Forte dei Marmi e
da alcuni "bagni"
in provincia di Massa Carrara; di queste piccole oasi tratteremo
in seguito.
A sud di Viareggio abbiamo invece il Parco
Migliarino-S. Rossore-Massaciuccoli, un lungo spazio costiero
quasi privo di strade litoranee, dove, per circa quaranta chilometri,
sino a Livorno e passando per le foci del Serchio e dell'Arno, si snodano
stupende dune costiere
con grande varietà di paesaggio e di
patrimonio botanico. Dopo Livorno la costa si alza, ma non per molto:
all'altezza di Cecina, infatti, inizia un altro interessante sistema
costiero, anch'esso per ora privo di strade lungomare e insediamenti
urbani, se si eccettuano le stazioni balneari di
Marina di Bibbona,
Donoratico e S. Vincenzo, peraltro di dimensioni molto inferiori alle
consimili località turistiche del nord della regione. Anche qui,
dunque, per decine di chilometri, si estendono dune e macchia
mediterranea dall'aspetto particolarmente solare e selvaggio
Dopo le alte coste di Populonia e i litorali, meno interessanti, fra
Piombino e Follonica, abbiamo le belle spiagge di Cala Violina e Punta
Ala, con le quali inizia il litorale Grossetano, che continua con le
pinete e le dune estese da Castiglione della Pescaia fino a Principina a
Mare, dove troviamo le affascinanti paludi della Trappola, nei pressi
della foce dell'Ombrone. Oltrepassando il fiume. si entra nel Parco
della Maremma, in parte a coste rocciose, ma con gli incantevoli arenili
di Marina di Alberese e Cala di Forno.
Infine, l'ultimo tratto di costa meridionale toscana inizia con i
"tomboli" che chiudono la laguna di Orbetello, ovvero la
Giannella e la Feniglia, seguiti dal promontorio di Ansedonia, dal
quale si dominano i litorali che, a perdita d'occhio, fuggono a sud
verso il Lazio; qua incontriamo la splendida spiaggia di Burano,
fronteggiante l'omonimo lago: entrambi fanno parte dell'oasi del WWF,
ormai prossima al confine fra le due regioni, dove, oltre agli
osservatori ornitologici, è stato allestito un sentiero-natura
fra le dune, dotato di ottime tabelle didattiche e agibile anche ai
portatori di handicap.
Comunemente si crede che la spiaggia sia solo una piatta distesa di
sabbia dove andare a prendere il sole e magari rinfrescarsi in un'acqua
preferibilmente limpida. Se quindi è possibile arrivare a queste
mete posteggiando l'automobile a due passi dalla riva o, ancora meglio,
risiedendo in alberghi o villette vicinissimi al mare, il soggiorno
sarà più qualificato.
E in omaggio a questa mentalità che sono stati distrutti gran
parte degli ambienti costieri italiani, in specie quelli sabbiosi.
Il litorale tirrenico era spesso rappresentato, in Lazio e Toscana, da
estese lagune costiere fronteggiate da imponenti sistemi di dune; per
arrivare al mare bisognava attraversare fitti boschi di lecci,
sinché non si arrivava alla macchia più bassa, dove
la luce cominciava a filtrare; infine si intravedeva il mare, tra le
ultime dune, ricoperte di basse erbe aromatiche e di fiori multicolori.
A partire dal diciottesimo secolo si intrapresero numerose bonifiche,
che diminuirono man mano l'estensione delle zone umide e,
contemporaneamente, quasi dappertutto furono abbattuti i lecci per
far posto ai pini, ritenuti più redditizi e inoltre dotati di
effetti balsamici e taumaturgici nei confronti della malaria (di cui
ancora non era noto il meccanismo di diffusione). Tuttavia il vero
drastico cambiamento al paesaggio litorale italiano è avvenuto
nella seconda metà del nostro secolo con l'avvento del turismo
balneare di massa. Infatti sino ad alcune decine di anni fa era sempre
possibile fare quella affascinante esperienza di graduale avvicinamento
al mare di cui sopra, con l'aggiunta del forte profumo della pineta,
elemento ormai connaturale al paesaggio tirrenico, dopo tanti anni di
presenza. Spesso poi, sotto i grandi pini, vegetavano nuovamente leccio,
alaterno, lentisco, fillirea e altre analoghe essenze, cresciute
spontaneamente man mano che aumentava l'altezza delle conifere. Era una
sensazione molto bella quella che si provava attraversando questi ombrosi
boschi costieri nelle calde giornate estive, immersi nei forti aromi
mediterranei e nell'allegro fragore delle cicale. Oggi l'occasione di
avere un così profondo contatto con l'ambiente litorale, da cui
ad esempio trasse ispirazione il D'Annunzio nelle poesie di Alcyone
diviene ogni giomo più raro.
Un po' in tutta la penisola abbiamo infatti assistito alla crescita
abnorme di centri balneari che, unendosi uno con l'altro, hanno formato
quelle famose "città lineari" tanto deprecate dalla
buona cultura architettonica e urbanistica: inoltre pesanti infrastrutture
hanno preso il posto delle dune costiere, che avevano sempre garantito
una valida barriera contro i venti marini, estremamente dannosi per le
culture e i boschi dell'entroterra; così molte pinete, senza
la protezione delle dune e della macchia mediterranea, versano
attualmente in cattive condizioni, quando non hanno ceduto direttamente
il posto alle residenze. Infine la tipica vegetazione psammofila che
precedeva la spiaggia, rimasta incolume per un certo tempo, in quanto
generalmente le cabine in legno venivano posizionate al di là
delle ultime dune verso il mare, ultimamente sta subendo una sistematica
distruzione, con l'avvento di nuovi stabilimenti più solidi e
ampi, dotati di parcheggio e, a volte, di piscina. Non vogliamo comunque
dilungarci oltre su questo spiacevole argomento, essendo il fine di
questo articolo la segnalazione di alcuni pregevoli e quasi integri
scorci di costa toscana.
In questa regione, malgrado la perdita, specialmente al nord, di alcuni
tipici ambienti costieri, ci sono ancora vaste estensioni, come già
detto, in cui ritroviamo un patrimonio scientifico e paesaggistico
pressoché intatto. Ad esempio prendiamo in considerazione il
litorale che si estende fra Marina di Cecina e S. Vincenzo, in provincia
di Livorno; si tratta di una zona dove non esistono ancora strade
costiere, se si eccettua la contenuta viabilità urbana di Marina
di Bibbona e Donoratico. In questa situazione ampi tratti di copertura
arborea si sono conservati.
La maggioranza di questi territori sono di proprietà privata, se
si eccettua una porzione demaniale fra Marina di Cecina e Marina di
Bibbona, gestita dal Corpo Forestale; le due località sono
collegate da un agevole sentiero che attraversa la pineta, in buono
stato di manutenzione e dotato di alcune tabelle. Purtroppo, per i primi
chilometri la costa è gravemente erosa, con la conseguenza che
la pineta fronteggia direttamente il mare, presentando gravi fenomeni
di degrado e disseccamento delle piante. Man mano che ci si avvicina
a Marina di Bibbona per fortuna la spiaggia ricresce e ricominciano
a distinguersi la fascia a specie psammofile e quella arbustiva.
Il litorale comunque assume un aspetto più equilibrato fra Marina
di Bibbona e Donoratico, dove il bosco costiero è fronteggiato da
alte dune ricche di fillirea (Phillyrea anigustifolia),
ginepro coccolone
(Juniperus oxycedrus subsp. macrocarpa),
ginepro fenicio (Juniperus phoenicea), mirto (Myrtus
communis) e lentisco (Pistacia lentiscus).
Fronteggiano queste dune, al di là della recinzione privata,
piccole ondulazioni colonizzate per lo più di euforbia delle
spiagge (Euphorbia paralias) e ammofila (Ammophila arenaria),
ma si incontrano numerosi anche i gigli di mare (Pancratium
maritimum); altre specie psammofile abbondanti in altri lidi toscani
sono più sporadiche, mentre più indietro, negli spazi
aperti fra i macchioni, si rinviene spesso l'elicriso (Helichrysum
stoechas).
Dietro le dune e la pineta si estende, a sud di Marina di Bibbona,
il padule di Bolgheri: qui è presente un'oasi del W.W.F. dove
è possibile ammirare varietà di uccelli e frammenti di
bosco allagato con numerosi esemplari di frassino (Fraxinus
oxycarpa)e altre tipiche specie igrofile e mesofile.
A sud di Donoratico si estende un'altra lunga serie di grandi dune con
vegetazione lussureggiante simile a quella già descritta, ma
forse ancor meglio conservata, soprattutto si notano annosi esemplari
di ginepro e, all'interno, maestose piante di sughera (Quercus
suber). Si nota poi, su alcune dune nei pressi del centro abitato,
la presenza del Rosmarino (Rosmarinus officinalis), più
comune in bassa Maremma. Ma ciò che più colpisce in
questo litorale è la grande lecceta che si trova quasi al
confine col comune di S. Vincenzo. Qua davvero è ancor oggi
possibile vedere il bosco costiero tirrenico com'era prima che fossero
impiantati i pini; si tratta fra l'altro di alberi secolari dalle
dimensioni veramente imponenti. A questo punto ci chiediamo che cosa
sarebbe successo se questa costa non fosse ancora patrimonio di poche
famiglie di nobili ascendenti che, vuoi per sensibilità, vuoi
per mancanza di interessi speculativi, hanno lasciato le cose come
stavano sino ai giorni nostri.
Infatti, al di fuori di alcune ville padronali e delle strade sterrate
che le raggiungono, elementi che si disperdono nel grande bosco costiero,
non vi sono grandi tracce di presenza umana in questo litorale: guardando
dal mare, l'unico segno dell'uomo è la rete metallica che per
chilometri e chilometri separa la spiaggia dalle varie tenute.
Non c'è neanche una cabina ma solo qualche capanno di legno
e frasche nei pressi di Bolgheri, manufatti che ci danno l'impressione
di essere agli albori della vita balneare (appaiono molto simili a
quelli descritti dai nostri nonni quando all'inizio del secolo i primi
timidi bagnanti si spingevano sulla spiaggia della Versilia).
Già ci sembra di sentire le lamentele di chi sostiene che non
è giusto riservare l'accesso al mare a pochi eletti ma, a
prescindere dal fatto che a chiunque è possibile raggiungere a
piedi le spiagge suddette camminando lungo la riva, dobbiamo purtroppo
ammettere che siamo costretti a ringraziare i militari e i grandi
proprietari terrieri, se oggi alcuni ambienti costieri nostrani sono
ancora indenni dalle basse speculazioni di chi, appellandosi
demagogicamente a valori popolari e democratici, persegue solo i propri
privati interessi. Addirittura sembra che l'unica via sicura per la
salvaguardia delle coste italiane siano paradossalmente i carceri e le
servitù militari che, al prezzo di impedirci di visitare posti
stupendi (vedi l'Asinara o Capo Teulada in Sardegna), ce ne garantiscono
la sopravvivenza futura.
Non esiste, a nostro parere, nei litorali meridionali della Toscana,
che pure si assomigliano a questo che abbiamo descritto, una zona
altrettanto interessante, né nel vicino litorale di Rimigliano.
a sud di S. Vincenzo, né nella Maremma grossetana, sebbene
la bellezza delle dune laggiù sia indiscutibile. Fra Castiglion
della Pescaia e Principina, ad esempio, all'ombra della grande pineta
è possibile ammirare precoci fioriture di rosmarino, ancor prima
che sia iniziata la primavera, oppure, ad ottobre inoltrato, i delicati
bocciuoli dell'erica multiflora vorrebbero restituirci ancora l'estate.
Così la bella pineta demaniale della Feniglia ha indubbiamente
il suo fascino, tuttavia essa ci pare un po' troppo ordinata
dall'intervento umano per farci provare le stesse emozioni che ci danno i
selvaggi litorali livornesi. Anche la duna di Burano, che pure contiene
un patrimonio di macchia mediterranea invidiabile, non è
però così imponente come quella di Donoratico, inoltre
a sud, verso il Chiarone, l'ambiente mediterraneo cede troppo presto
il passo alle colture agricole.
Il Parco di Migliarino-S. Rossore-Massaciuccoli è probabilmente
il parco costiero più importante del Mediterraneo, almeno per
ciò che concerne le coste pianeggianti. Due grandi fiumi,
l'Arno e il Serchio, hanno modellato un litorale ricco di acque, con una
spiaggia immensa, seguita da un altrettanto grande bosco cresciuto sulle
antiche dune costiere, ormai lontane dal mare per l'avanzamento della
spiaggia. Fra questi cordoni dunali, paralleli alla linea di costa, si
trovano caratteristiche depressioni, dette localmente "lame",
in cui l'acqua dolce del sottosuolo affiora formando degli acquitrini da
cui emergono enormi fusti di farnia (Quercus robur), frassino
(Fraxinus oxycarpa), pioppo (Populus alba) e altre
caducifoglie, spesso magicamente intrecciate fra loro da una
particolarissima pianta, la Periploca græca, dall'aspetto
simile alle liane tropicali; questa specie è sopravissuta ad
antiche epoche climatiche in cui anche in Italia faceva quel caldo
umido che ora troviamo a più basse latitudini. La periploca
è molto rara in Italia e in questo parco ha la sua stazione
più importante; qui infatti trova un clima adatto, con estati
calde, ma piovose, condizioni metereologiclie non dissimili da quelle
delle grandi foreste equatoriali. Anche questo territorio fu bonificato
nei secoli scorsi con il parziale prosciugamento di alcune lame mediante
canali di drenaggio; ancora una volta i grandi lecci (Quercus ilex)
dovettero cedere il posto alle pinete, sopravvivendo solo qua e
là, perlopiù con grandi esemplari isolati; naturalmente
essi sono rinati dovunque, riempiendo spontaneamente i grandi spazi vuoti
sotto gli ombrelli di queste grandi pinete, le più antiche in
Italia: soprattutto i pini della tenuta di S. Rossore sono di una tale
imponenza che è impossibile altrove in Toscana trovarne di simili,
contemporaneamente così enormi e così frequenti.
In alcune zone del parco, ad esempio nella tenuta di Migliarino, si
continua il taglio periodico della pineta. Si sa che il pino non è
longevo come, ad esempio, la quercia: così il bosco era stato
diviso in cento settori, ognuno dei quali veniva raso al suolo con un
turno di cento anni, procedendo poi al reintegramento con giovani
esemplari; in questo modo ogni cento anni la tenuta veniva completamente
rinnovata senza grandi traumi.
In altre zone del parco, come la Macchia Lucchese, nei pressi di Viareggio,
non si prevede più la coltivazione del pino: succede così
che gli alberi più vecchi stramazzano al suolo per via dei
temporali o di forti colpi di vento, senza che si proceda a rimpiazzarli
né a rimuoverli, a meno che non ostruiscano sentieri o strade
forestali, contribuendo così ai cicli biologici di rinnovo del
bosco. Poiché il pino (in specie quello domestico) non si riproduce
naturalmente in queste zone, confermando la sua origine alloctona,
gradualmente stanno tornando a prevalere le essenze locali che, nelle
parti più asciutte, dopo una prima fase di transizione con arbusti
di macchia, tendono a riformare l'originaria lecceta; inoltre, non
essendo più incentivata la regolazione delle acque, indispensabile
alla pineta, assistiamo ad un progressivo riallagamento spontaneo, che
favorisce la ripresa delle antiche cenosi a caducifoglie.
Riassumendo, il bosco-costiero (la cosiddetta "selva") del Parco
Migliarino-S.Rossore-Massaciuccoli (4) è disposto su dune
(o "cotoni") e lame alternate, tutte approssimativamente parallele alla
costa: sulle dune i lecci e i pini, nelle lame boschi igrofili o mesofili.
Il sottobosco è molto vario e passa dal biancospino
(Cratægus monogyna), sanguinella (Cornus saniguinea),
prugnolo (Prunus spinosa), ligustro (Ligustrum vulgare)
e altri nelle zone più fresche, alla fillirea (Phillyrea
angustifolia), l'alaterno (Rhamnus alaternus), il corbezzolo
(Arbutus unedo),
l'erica (Erica arborea e Erica
scoparia) etc. in quelle più calde e secche. Fra gli alberi
sono presenti anche, oltre alle specie già citate, anche l'ontano
(Alnus glutinosa), il carpino bianco (Carpinus betulus),
l'olmo (Ulmus sp.), l'acero (Acer campestre), meli, peri e
altre piante da frutto selvatiche. D'impianto artificiale è
la pineta, situata esclusivamente sulle antiche dune (il pino non
potrebbe vivere nei terreni allagati): le due specie presenti sono il
pino domestico (Pinus pinea) e quello marittimo (Pinus
pinaster); questi ultimi sono situati soprattutto nella fascia
più prossima al mare, in quanto avevano la funzione, essendo
più resistenti ai venti salmastri, di proteggere le retrostanti
piantagioni da pinoli. Anche in queste "selve" il cammino verso
il mare è caratterizzato dal passaggio da zone fresche e
ombrose a zone più luminose, in cui man mano la pineta si abbassa
facendo posto alla macchia mediterranea, dove spicca il ginepro coccolone,
ma sono anche presenti la fillirea, i cisti (Cistus incanus e
Cistus salvifolius), la ginestra odorosa (Spartium junceum),
l'alaterno, il corbezzolo e il leccio in forma arbustiva; queste essenze
costituiscono dei fittissimi macchioni. Specialmente sul fronte della
tenuta di Migliarino, tra Marina di Vecchiano (Pisa) e Torre del Lago
(Lucca), il vento modella queste formazioni in una tipica forma arrotondata
e scalare. di modo che, a una vista d'insieme, sembra che questa
impenetrabile cortina si alzi gradualmente allestendo una formidabile e
aereodinamica protezione al bosco retrostante. Il vento vi scivola sopra
e in questa maniera, quando arriva all'altezza degli alberi, si limita
solamente a sfiorarne le chiome, senza provocare grossi problemi al
fogliame (5).
Soprattutto quando il mare non era ancora inquinato, questo sistema di
autodifesa della macchia costiera era molto efficiente anche perché
in molte zone del parco le dune sabbiose ricoperte di erbe psammofile si
estendono per alcune centinaia di metri fra la battigia e la fascia
arbustiva, sopportando il primo impatto con i forti venti delle mareggiate.
Ora che i fiumi, specialmente l'Arno, riversano tonnellate di tensioattivi
e altri prodotti inquinanti in mare(6), le foglie della macchia sono
più o meno in buone condizioni a seconda di come è
trascorso l'inverno: tipico è il fenomeno della ricrescita di
teneri germogli in primavera, che spesso finiscono letteralmente bruciati
da qualche mareggiata fuori stagione. Si diceva dell'immensa spiaggia
fronteggiante la selva: in effetti, se si eccettuano le località
della tenuta di S. Rossore interessate dall'erosione, che ha già
causato la moria dei pini e minaccia le interessantissime "Lame di
fuori", si trovano spesso nel parco dei campi dunali di notevoli
proporzioni. Inoltre è stupefacente la biodiversità delle
specie presenti: al contrario che a Donoratico, dove la vegetazione
psammofila è limitata sia in quantità che in varietà,
qua sono presenti quasi tutte le specie italiane più due piante
endemiche, la verga d'oro delle spiagge (Solidago Iitoralis)
e il fiordaliso delle spiagge (Ceutaurea aplolepa subsp.
subciliata); sono abbondanti la carota di mare (Echinophora
spinosa), la calcatreppola (Eryngium maritimum), l'ammofila,
la finocchiella (Seseli tortuosum), l'erba medica marina
(Medicago marina), la santolina di mare (Otanthus maritimus),
l'euforbia delle spiagge, il giglio di mare, e soprattutto l'elicriso,
che forma compatte distese dorate nelle sue profumate fioriture primaverili.
Sporadica è la camomilla di mare (Anthemis maritima),
assenti crucianella (Crucianella maritima) e violacciocca
(Mathiola sinuata), forse a causa del clima meno mite che in
Maremma; per lo stesso motivo probabilmente sono rari nel parco il
lentisco, il mirto e il cisto marino (Cistus monspeliensis),
e mancano altre essenze pure comuni in Toscana meridionale. Peraltro il
clima di questo litorale è sicuramente più influenzato dalla
vicina presenza del massiccio delle Alpi Apuane che non dalla sola
latitudine, poco più a nord di altri lidi molto più
mediterranei. In specie per la parte più settentrionale del parco
gli studiosi parlano di clima sub-Atlantico, cioé di un clima che
da una parte risente l'influenza del mare, e dall'altra è molto
piovoso.
Queste condizioni sono presumibilmente determinate dalla diminuita
ventilazione di questa stretta pianura, chiusa fra gli alti monti che la
sovrastano e il mare; fenomeno che è accentuato soprattutto in
Versilia e nella Riviera Apuana, dove le montagne letteralmente incombono
a pochi chilometri dalla spiaggia(7). Per venire a queste località,
si desume dalle cronache storiche, passate e recenti, che il paesaggio
naturale qui non doveva essere molto diverso da quello del Parco
Migliarino S.R.M., salvo forse una ancor maggiore prevalenza delle aree
fresche e umide rispetto a quelle più propriamente mediterranee.
Ancor oggi, addentrandosi nelle residue radure o boscaglie di Ronchi e
Poveromo o nei dintorni dell'ex lago di Porta, segnalati, ai tempi in cui
erano in buono stato, come biotopi della S. B. I., si riscontrano tracce
delle antiche cenosi, costituite da boschetti allagati di ontano, pioppo e
salice (Salix caprea e Salix alba) e piccoli nuclei di lecci
o macchia mediterranea; non mancano l'olmo, la farnia o l'acero, talvolta
in esemplari, ormai isolati, di discrete dimensioni; sono presenti anche
alcune pinete, in verità molto ridotte e penalizzate sia da eventi
meteorici (nel 1977 un forte tornado si abbatté in questo litorale
distruggendo quasi tutti i boschi), sia da banali speculazioni edilizie.
Ma non meno della distruzione della copertura vegetale dell'entroterra,
colpisce l'impressionante degrado del litorale, che aumenta
proporzionalmente al salire della latitudine, per raggiungere i massimi
livelli in provincia di Massa Carrara e nello squallido lido di Marinella
di Sarzana (ormai in Liguria), nei pressi del romantico estuario del
Magra, ideale ritrovo di poeti e intellettuali sino a pochi anni fa,
così come lo furono Ronchi e Poveromo e la bella pineta della
Versiliana, a Marina di Pietrasanta; eppure oggi questi mitici luoghi si
vedono malinconicamente deperire, stretti come sono dall'assedio di tutte
le rozze ovvietà che vi son state messe intorno per soddisfare
l'incolto pubblico balneare dei nostri giorni. Percorrendo l'ampio
lungomare che collega Viareggio con le località apuane, balza
subito agli occhi l'interminabile rassegna di stabilimenti balneari del
tutto privi di qualsiasi elemento vegetale autoctono: si va dai palmizi
alle più scontate siepi di pittosforo ed evonimo; dai platani
strapotati ai prati all'inglese più piatti possibile. Uniche
eccezioni qualche raro leccio o pino marittimo e alcuni filari di tamerici
(Thamarix gallica e Tamarix africana) di evidente impianto
artificiale. Vien da pensare che gli operatori balneari non abbiano
neanche la più pallida idea dell'ambiente costiero nel quale
tuttavia si trovano ad operare quotidianamente (e naturalmente ciò
succede, di rimbalzo, per la maggior parte degli ospiti dei
"bagni"); ma, prescindendo dalla spiaggia, se ci volgiamo
all'altro lato del viale, notiamo che la maggioranza delle abitazioni
sono dotate di altissimi ripari che impediscono la vista dei parchi.
Quei pochi giardini che non hanno simili ripari offrono il triste
spettacolo di piante bruciate dal vento, sovente in maniera eloquente:
i pini, se ci sono, sono prostrati nel tentativo di proteggersi
(il cosiddetto "portamento a bandiera"), oppure sono ancora
troppo giovani per raggiungere l'altezza "a rischio"; i lecci
vivono un continuo alternarsi di periodi vegetativi e altri di
disseccamento del fogliame, a secondo dell'andamento delle mareggiate.
La fascia arbustiva è per lo più costituita dall'onnipresente
pittosforo (Pittosphorum tobira, specie originaria dell'Estremo
Oriente) e, nei rari casi in cui si riscontri la flora spontanea costiera,
questa è colpita da fenomeni analoghi a quelli descritti per il
leccio. Non bisogna in ogni caso sottovalutare questa misconosciuta
persistenza di alcune tipiche specie litoranee toscane quali la fillirea,
il ginepro, il corbezzolo, l'alaterno, il viburno (Viburnum tinus)
e, più raro, il cisto. Purtroppo, ogni volta che questa macchia
si assesta nella classica forma a pulvino, riuscendo così a
difendersi meglio dall'inquinamento, la solerte vocazione
all'"ordine" dei versiliesi e degli apuani provvede alla
potatura dei cespugli nel cocciuto tentativo di trasformarli in alberelli.
Risultato: molte piante seccano, le più forti ricacciano i rami
bassi e, dopo alcuni anni di sofferenza, riprendono la forma aereodinamica,
ma ecco che reinterviene l'uomo... Non è qui il caso di soffermarsi
su un'analisi psicologica da noi approfondita in altre pubblicazioni(8),
ma è comunque evidente che ciò che al naturalista sembra
pulito e ordinato non appare così all'operatore balneare e viceversa.
Da Viareggio a Bocca di Magra (almeno quaranta chilometri di costa bassa)
le uniche stazioni in cui è ancora possibile reperire il paesaggio
naturale della sabbia (o meglio alcuni frammenti!) sono alcuni suggestivi
stabilimenti privati, quali l'Associazione Nautica Ronchi, Villa Irene
e Sport e Natura (in Comune di Massa) e la spiaggia libera di
Vittoria Apuana (Comune di Forte dei Marmi). In questo ultimo sito, sino
a poco tempo fa ricettacolo di ogni genere di rifiuti e campo d'allenamento
improvvisato per mezzi fuoristrada, il WWF di Massa Carrara si è
impegnato, prendendo in concessione l'area demaniale, a salvaguardare
la flora spontanea psammofila presente e a tentare il reinserimento di
specie mediterranee locali; questa ultima esperienza era in parte
già riuscita in una minuscola area recintata all'interno del
campo dunale, in cui l'Università di Bologna aveva sperimentato
la resistenza all'aereosol marino di diverse essenze italiane ed
esotiche. Fu proprio rilevando questo piccolo orto botanico, che gli
ambientalisti misero per la prima volta piede su questo arenile; in
seguito, ottenuta la gestione l'intera area dunale (un fronte di circa
400 metri tra il via le lungomare e la riva) si è proceduto
all'allestimento di barriere lignee e camminamenti a pettine verso la
zona balneare, mentre lungo la strada veniva piantumata una siepe di
leccio, alaterno, fillirea e ginepro. I lavori sono quasi ultimati, ma
il sito impiegherà ancora molti anni ad assumere di nuovo un
aspetto rigoglioso, dopo l'incuria e gli scempi sopportati; inoltre sono
sempre in atto vandalismi, mentre il pubblico balneare, eccessivamente
numeroso, non rispettando a sufficienza i percorsi consigliati, spesso
e volentieri abbandona rifiuti un po'; dappertutto. Tuttavia si nota
già una buona ripresa e aumento di tutte le piante della sabbia,
compresa la camomilla di mare, che qua ha la stazione più
settentrionale della Toscana, e gli endemismi verga d'oro delle spiagge e
fiordaliso delle spiagge, la cui abbondanza fa supporre che, in passato,
in questa zona quest'ultima essenza fosse più frequente, che non
nelle spiagge del Parco Migliarino-S.R.M.. Questa iniziativa di
protezione e recupero in Versilia ha già dato lo stimolo per
un'analoga operazione in Comune di Pisa, a Tirrenia, dove il WWF locale
ha chiesto e ottenuto una convenzione per la gestione di un'area comunale,
adiacente alle spiagge libere e ad alcuni bagni privati, dove, per un
fronte di circa un chilometro, vegeta una vigorosa macchia mediterranea
sviluppatasi dopo un incendio che alcuni anni fa distrusse la pineta.
Questo evento, che a prima vista era sembrato deleterio, si è
rivelato invece utile dal punto di vista ecologico: infatti ha permesso
il ristabilirsi di biocenosi locali che l'impianto artificiale dei pini
aveva quasi eliminato; inoltre, nella fascia più prossima al mare,
troviamo notevoli contingenti di ammofila e altre tipiche specie della
sabbia. Anche qui, come a Forte dei Marmi, il progetto del Fondo Mondiale
per la Natura prevede barriere dissuasive, tabelle e percorsi di
educazione ambientale per scolaresche, turisti e comuni cittadini. Fra
l'altro non dimentichiamo che anche questo litorale fa parte del Parco
Migliarino S.R.M., anche se ne rappresenta la parte più
antropizzata; è quindi naturale che il progetto di Tirrenia
goda dell'appoggio dell'Ente Parco, oltre che del Comune e della Provincia
di Pisa. Il WWF inoltre, in collaborazione con la Regione Toscana, ha
promosso una ulteriore iniziativa per proteggere i litorali toscani: la
tabellazione di tutte le dune della regione con un cartello che invita
ad alcuni minimi comportamenti di rispetto per l'ambiente sabbioso,
ricordandone la fragilità, e l'edizione di un volumetto che
comprende, oltre una breve illustrazione dell'ecosistema dunale, una
sorta di vademecum per la sua protezione da elementi di disturbo, quali
erosione, calpestamento, transito di mezzi fuoristrada etc. Questo
volume è in corso di distribuzione presso tutti i comuni
costieri, le capitanerie di porto e gli altri enti interessati alla
gestione del litorale. Oltre alle iniziative di cui sopra e a quelle
operate dai parchi costieri (Maremma e S. Rossore) giova menzionare quali
normative di carattere regionale proteggono i litorali toscani.
Anche se numerose sono le leggi che in qualche modo possono fornire
elementi utili alla tutela dei litorali, le più importanti sono
la Legge Regionale N. 52 del 1982 (poi riconfermata
dalla Delibera Consiglio
Regionale N. 296 del 1988), che istituì il sistema regionale
delle aree protette, di cui fanno parte quasi tutti i litorali da noi
menzionati, esclusi quelli a nord di Viareggio, e la D.C.R. 47/90,
direttive per la fascia costiera, uno strumento che i comuni costieri
dovrebbero utilizzare per adeguare i loro piani regolatori al fine di
perimetrare, tutelare e promuovere le eventuali zone naturali comprese
nel loro territorio. Sulla concreta applicazione e sul rispetto di tali
norme preferiamo sospendere l'assenso, in quanto il discorso sulla
coscienza ecologica dei nostri amministratori, per non dire degli
elettori, ci porterebbe molto lontano.
Diciamo solo che l'impressione generale è che sino ad ora siano
rimasti più integri quei litorali dove è inferiore la
densità demografica e più difficoltoso l'accesso alla
spiaggia; sembra dunque che il buono stato dell'ambiente sia dovuto
più a circostanze casuali che a un'effettiva determinazione alla
tutela.
|
|  |